approfondimenti

ITALIA

La Palestina e noi. Una proposta di dibattito a partire dall’antropologia culturale

Un convegno che si terrà a Siena i prossimi 11 e 12 aprile: “Di fronte al genocidio: giornate di studio in solidarietà con il popolo palestinese”. Per posizionare l’antropologia, per reagire a ideologie suprematiste e coloniali, per difendere la libertà di ricerca nell’Università

il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro

                                                                                  Karl Marx, Il capitale, cap. XXIV

Dalla nostra costituzione come antropologə per la Palestina ci interrogavamo su come fosse possibile restare in silenzio davanti all’orrore a cui assistevamo in diretta televisiva: bombardamenti incondizionati sulla popolazione, distruzione di case, scuole, ospedali, edifici amministrativi e università. Di fronte ai corpi mutilati, alla fame e alle decine di migliaia di morti, continuavamo a interrogarci sul comportamento delle nostre istituzioni di riferimento che cincischiavano tra una teorizzazione dell’«è più complesso» e un trincerarsi dietro la nozione stantìa di «neutralità della scienza» con cui gli intellettuali accademici si sono spesso fatti complici di colonialismi e imperialismi vari, o, nel migliore dei casi, si sono candidati per una voce nel capitolo dei libri di storia dedicato alle «entità insignificanti».

Gli strumenti li avevamo, ed è sulla base di questi strumenti che abbiamo provato a lanciare la due giorni di aprile menzionata nel titolo, nell’ottica di riunificare gli strumenti alla coscienza, e la teoria alla pratica. La questione palestinese mostrava tutto il funzionamento ideologico dell’archivio coloniale euro-americano: l’operazione israeliana costantemente definita come “diritto alla difesa” che annienta e occulta l’enorme carico di terrore quotidiano che lo stato di Israele semina da prima della sua nascita con la Nakba, alla rincorsa di un progetto ideologico e suprematista basato sulla “grande Israele” e la costruzione storica di una «terra senza popolo per un popolo senza terra».

Una operazione ideologica sostenibile sul piano materiale solo in quanto avamposto in Medio Oriente dell’imperialismo US – chi sorveglierebbe altrimenti; l’enorme mistificazione che prova a costruire la genesi delle ribellioni e delle violenze dei éalestinesi non già nella loro oppressione materiale, ma in una presunta attitudine culturale, nella valorizzazione culturale del “martirio” e nel sempre presente “fanatismo religioso”.

Categorie e schemi di analisi molto vicini a come la psichiatria negli anni Cinquanta, organica al dominio coloniale, descriveva le azioni di movimenti di liberazione come quello dei Mau Mau in Kenya; altrettanto chiaro, con le prospettive che potevamo adottare, risultava il rapporto tra genocidio e rilancio dell’espansione del capitale: le risorse naturali non sono esterne al tentativo di espropriazione dei éalestinesi alla loro terra. Se da diversi decenni la Mekorot (azienda idrica israeliana) sottrae l’acqua ai Palestinesi, dove aver serrato i pozzi, per rivendergliene una parte a prezzo alto, sicuramente la presenza di gas nel mare di Gaza (per la cui ricognizione sarà coinvolta l’Eni) non è estraneo al genocidio.

Lo dimostra il progetto dapprima negato e ora condiviso con gli Stati Uniti di una Gaza trasformata in Riviera turistica e porto commerciale: fiumi di inchiostro saranno scritti dagli accademici di tutto il mondo su questa forma di “turistificazione a mano armata”, o, più seriamente, del funzionamento delle categorie di «espulsione» e di «formazione sociale predatoria»” elaborate da Saskia Sassen. O l’elaborazione sulla base delle riflessioni di Achille Mbembe, sull’abitabilità… e così all’infinito.

Gli strumenti li avevamo, ciò che mancava erano le coscienze. Senza di esse, qualunque strumento intellettuale risulta puro esercizio di stile. Con il passare dei mesi, all’interno delle università, grazie soprattutto alla spinta studentesca, questa coscienza è andata emergendo, provocando una mobilitazione di docenti, personale amministrativo, mondo della ricerca, fino a qualche rettorato.

Per questo motivo abbiamo deciso di invitare studiose e studiosi a discutere anzitutto di quali sono le sfide che la questione palestinese pone ai nostri saperi e in quale modo essi possano apportare una maggiore conoscenza dei meccanismi che consentono e giustificano questa particolare forma di accumulazione primitiva che è il genocidio, la deportazione di massa e il terrore, l’accaparramento di terre e risorse [OC1] Una storia rinnovata che accompagna da sempre l’intreccio mortale tra capitalismo e stato-nazione.

Interverrano su questi aspetti, tra gli altri, Ruba Salih (Università di Bologna), Rema Hammami (Università di Birzeit), Noureddine Amara (Università di Zurigo),  Mahmoud Hawari (Università di Birzeit), Hafsa Marragh (Università di Napoli L’Orientale), Izzeddin Araj (Università di Ginevra) e Ziad Medouck (Al Aqsa University). Sabato 12 ci sarà invece un laboratorio sul cinema palestinese che anticiperà un momento di testimonianze da Gaza.

Nel tentativo, poco più sopra annunciato di riavvicinare la teoria alla pratica e gli strumenti alle coscienze, abbiamo provato a lanciare una discussione assembleare sul tema Militarizzazione della ricerca e dell’istruzione e silenziamento dei saperi critici: quali direzioni, quali resistenze?

Abbiamo scelto di confrontarci su questo tema con organizzazioni studentesche, realtà organizzate della scuola e dell’università, docenti di ogni ordine e grado, anzitutto perché ci sembrava il modo per prendere una posizione in solidarietà con il popolo palestinese che ci smarcasse da tutta una serie di discussioni e posizionamenti francamente più grandi di noi e che devono essere risolti nella dialettica interna alla resistenza palestinese. Ma a questa premessa si aggiungono due motivi a essa connessi.

Il primo è che è il punto del colonialismo israeliano e dell’imperialismo occidentale più vicino a noi in quanto lavoratori: è nella dinamica delle relazioni tra università italiane con quelle israeliana, e/o con la filiera produttiva bellica che questo punto di contatto si sostanzia. Ed è in questo punto che può concentrarsi la nostra attenzione sulla questione palestinese, sia come «sabotaggio della macchina imperialista e coloniale» in solidarietà a quel popolo oppresso, sia nell’attenzione a processi sociali, politici ed economici che seguono la direzione espressa dalla realtà israeliana. Sappiamo che le università israeliane si rendono particolarmente partecipi alle operazioni coloniali a livello di produzione ideologica (saperi che giustificano il colonialismo) e a livello di collaborazione diretta. Diverse grosse industrie militari israeliane finanziano borse di studio, offrono sbocchi lavorativi e tirocini agli studenti, orientando ovviamente la ricerca verso quei macchinari (compresa l’intelligenza artificiale) di morte che vediamo all’opera da diversi mesi in Palestina. Ci sembra preoccupante quantomeno il fatto che questo modello non solo è in parte già presente nel nostro paese, ma che diventa sempre più allettante di fronte alla crescente definanziarizzazione, a cui stiamo assistendo anche con le ultime proposte.

L’altro motivo per cui abbiamo scelto questa tematica per l’altro aspetto della militarizzazione, che è la sempre crescente sorveglianza e disciplinamento del mondo della scuola e dell’università. Una dinamica ben presente negli Stati Uniti, accelerata e amplificata dall’arrivo dell’amministrazione Trump, e molto accentuata in Gran Bretagna e in Germania (ricordiamo qui le repressioni dei movimenti, ma anche il licenziamento del nostro collega Ghassan Hage dal Max Planck Institute di Berlino).

Anche nel nostro paese si sono visti divieti per eventi, forme di aggressione per una opinione sul genocidio in atto, forme di controllo “orizzontale”  che passano per la stigmatizzazione personale da parte di “colleghi”. In questo senso, ci pare, la preoccupazione risulta giustificata se consideriamo il tentativo dell’esecutivo di porre l’università sotto l’obbligo di informare i servizi segreti sulle attività politiche di docenti e studenti.

L’approvazione di questo articolo nel Dl sicurezza sancirebbe materialmente e simbolicamente un duro attacco all’autonomia dell’università  sancito dall’ordinamento giuridico italiano. Una questione di democrazia formale, certo, ma sicuramente importante in un momento in cui la neoliberalizzazione dell’università da un lato taglia i fondi, e dall’altro espande la precarizzazione del lavoro fortemente all’interno dell’università. Queste masse di soggetti ricattabili avranno anche gli strumenti, ma la loro coscienza sarà così forte da spingerli a prendere posizioni scomodo…quando possono essere sostituiti alla scadenza dell’ennesimo contrattino?

Per questo motivo, sabato 12 aprile alla Corte dei miracoli vi chiediamo di discutere con noi sulle caratteristiche che sta assumendo il processo di militarizzazione e di disciplinamento nella scuola e quali strumenti ci diamo per monitorare queste tendenze e, soprattutto, opporci.

Immagine di copertina di Renato Ferrantini, corteo per la Palestina a Roma, 2023.

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