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Asia underground e ribelle
“Asia ribelle. Assalto agli imperi e rivoluzione globale” di Tim Harper (2020; tr. it. di A. Taroni e S. Travaglio, add editore, Torino 2024) è una panoramica trasversale dei movimenti rivoluzionari che hanno disgregato gli imperi coloniali in Asia nella prima metà dello scorso secolo (in particolare negli anni Venti e Trenta) e del cruciale ruolo politico ed economico che l’area indo-pacifica avrebbe acquisito ai giorni nostri
“Asia ribelle. Assalto agli imperi e rivoluzione globale” di Tim Harper (2020; tr. it. di A. Taroni e S. Travaglio, add editore, Torino 2024) è una panoramica, inedita nella trasversalità geografica, dei movimenti rivoluzionari che hanno disgregato gli imperi coloniali in Asia nella prima metà dello scorso secolo (in particolare negli anni Venti e Trenta) e del cruciale ruolo politico ed economico che l’area indo-pacifica avrebbe acquisito ai giorni nostri
Oggi che il vincolo transatlantico si è rotto e l’unica occasione di sopravvivenza del sistema europeo risiede nello stabilire nuove relazioni con l’area indo-pacifica e con la componente cinese del sistema imperiale multilaterale, ripercorrere le tappe fondamentali della liberazione dell’Asia dal colonialismo, i percorsi riusciti e quelli deviati o abortiti, di conoscere i protagonisti più e meno noti e le reti che ne hanno garantito l’azione clandestina, è un momento obbligato tanto di conoscenza storiografica quanto di consapevolezza politica per il presente.
In questo libro, che – malgrado l’estensione (778 pagine, comprese foto fascinose e utilissime cartine) – si legge tutto d’un fiato, come un romanzo di Amitav Gosh, Tim Harper, docente di Storia del sud-est asiatico a Cambridge, ha scelto di non privilegiare i personaggi di maggiore spicco dell’Asia moderna – Sun Yat-sen, Gandhi, Sukarno, Zhou Enlai e Mao Zedong – ma di puntare su attori minori, sugli sconfitti che pure sono stati indispensabili nel costruire «dall’interno e dal basso» (p. 24), a partire dai tentativi e dai fallimenti, il grande movimento di liberazione coloniale da cui sono uscite le nuove potenze che stanno delineando il gruppo emergenti nel nuovo ordine imperiale plurale. E dunque lo sfortunato e da poco rivalutato Tan Malaka, Chen Duxiu, Li Lisan, gli emissari del Komintern M.N. Roy, Sneevliet, Borodin, Lomidadze…

Naturalmente questo programma “eccentrico” è applicato con eccezioni e sin dalle prime foto che illustrano il libro troviamo in mezzo a una comitiva di ciclisti pervenuti a Canton nel 1924, un giovane Ly Thuy alias Li Annam, che ben presto la Sûrétu identifica con il famigerato Nguyen Ai Quoc (Nguyen il patriota), nato Nguyen Sinh Cung, che a 10 anni aveva cambiato il nome (come d’uso) in Nguyen Tat Thanh (Nguyen che sarà vittorioso) e poi aveva abbandonato il Tonchino natale imbarcandosi per Marsiglia sotto il nome di marinaio Ba.
Altri nomi, altri viaggi e infiniti mestieri avrebbe praticato Ba negli anni seguenti, soprattutto come studente, tipografo, cuoco e pasticciere (negli Usa, NYC e Boston), a Londra dove è apprendista di Escoffier, perfino alla rinomata Trattoria della Pesa di Milano (zona Garibaldi). Sempre comunque schedatissimo agitatore sovversivo. Gli astuti sbirri parigini riscontrano che è lo stesso magro e piccolino vietnamita che due anni prima è ripreso in un’altra foto niente meno che con Grigorij Zinov’iev, l’altissimo Roy e Tan Malaka in una riunione moscovita del Komintern.
Bingo! La storia e le peregrinazioni non finiscono qui, perché gli anni passano, si occulta persino sotto la tonaca di un monaco buddhista in Siam (Padre Chin) e, per farla breve, dopo il 1945 rientra in patria assumendo il nome definitivo di Ho Chi Minh (Colui che porta la luce) – insomma l’amato zio Ho.
Questo percorso (di un vincente) riassume alcuni tratti generali di una rivoluzione asiatica “underground” (che è il titolo dell’originale inglese del libro), nel senso duplice che i protagonisti si travisano con pseudonimi per rendersi invisibili agli occhiuti controlli delle polizie imperiali collegate e che si muovono per rotte coperte, da un porto all’altro, dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo all’Oceano Atlantico, risalendo i grandi fiumi, facendo tappa sui Bund (i lungofiumi), nelle concessioni internazionali, le prigioni e lo colonie penali ovviamente, ma anche nelle locande, neri bordelli, in hotel di lusso come il Victoria di Canton o il Raffles di Singapore, sui piroscafi, i traghetti, spostandosi per tutti i focolai rivoluzionari, soggiornando a Mosca come a Singapore, a Bombay come a Londra o Shanghai – la «moderna Babilonia» –, travestiti da prete (l’inafferrabile reverendo C.A. Martin alias Roy) o da donna o da commerciante, più spesso da cameriere o da marinaio, vivendo dove capitava, spesso a un passo dai centri della repressione – il sottoscala della prestigiosa Astor House a Shanghai, dove Zhou Enlai si rifugia come inserviente tuttofare dopo la strage del 1926 e che tuttora è mostrato con orgoglio ai turisti.
È proprio negli interstizi degli imperi, in senso proprio e figurato, che i rivoluzionari preparano le azioni che segnano il grande e temporaneamente sconfitto ciclo di lotte del 1924-1927 e a cui riannodandosi segue il paziente lavoro sotterraneo che culminerà nella liberazione dal potere coloniale dopo il 1945.
Complotti, sotterfugi, maschere e sacrifici sembrano ripetere il “grande gioco” dei decenni precedenti (compresa la simbiotica specularità della rete cospiratoria e di quella poliziesca), ma sono cambiati i soggetti, che sono rivoluzionari di professione o di vocazione, che sfruttano le smagliature e le rivalità fra gli imperi per combatterli e sbarazzarsene, non per contendersi l’egemonia. Negli stessi luoghi e passaggi nodali, ma con finalità capovolte.
Ne è segno l’emergere dello scontro fra ideologie anticoloniali che sostituisce quello fra interessi imperiali: l’iniziale anarchismo, ben presto sostituito dall’adesione alla rivoluzione bolscevica (nelle sue varianti di destra e di sinistra e poi della linea staliniana nel Komintern), l’intreccio con i nazionalismi hindu e indonesiano, il rapporto conflittuale con l’islamismo (nazionalizzato, dopo l’effimero entusiasmo per il califfato Istanbul-centrico e poi per il panturanismo).
Il libro, che inspiegabilmente omette ogni riferimento al Medio Oriente e all’area turco-turanica, che furono non solo luogo di transito di attori e ideologie (pensiamo all’islamismo) ma focolai di intrighi e di rivolte, non aggiunge forse molto ai capitoli più dibattuti della storia asiatica – per esempio alle vicende del Kuomintang e della rivoluzione comunista cinese – ma approfondisce capitoli relativamente meno esplorati quali l’Indonesia, la Malesia, il ruolo svolto a inizio secolo dal Giappone per la trasmissione delle idee liberali, anarchiche e socialiste. La stessa storia del Raj, l’impero britannico nel subcontinente indiano, molto presente nella letteratura scientifica inglese, meno in quella italiana, è qui restituita alla sua complessità storica, mentre tradizionalmente era affidata (per noi) alla grande retorica coloniale di Kipling e ai romanzi anticoloniali di Salgari.
Singolare rilievo è dedicato al ruolo delle donne nel rendersi percepibile dei fermenti rivoluzionari, oltre che in determinate azioni. La ragazza con i capelli corti a caschetto e i piedi liberati dalle fasciature diviene in Cina non solo il simbolo dell’emancipazione ma l’emblema del nichilismo e del terrorismo.
«Nessun fenomeno aveva annunciato la rivoluzione asiatica quanto l’avvento della modern girl. All’improvviso, in tutta l’Asia, le donne acquistarono visibilità: per le strade, nelle fabbriche dove lavoravano e nei negozi, sui trasporti pubblici. Cominciarono a parlare in modo diretto, ridussero l’orlo della gonna, presero a truccarsi le guance, a incrociare le gambe in pubblico» (p. 621).
E diedero un contributo di sangue, perché la repressione le colpì con sadica ferocia dopo la disfatta delle Comuni di Canton e di Shanghai».
Negli anni ’30, fuori delle basi rosse nell’interno rurale della Cina, molti dei protagonisti sono travolti da un senso di perdita e di lutto, che tuttavia svelano possibilità future proprio nel momento di massimo pericolo – Harper li paragona all’esperienza di un altro testimone all’altro capo del mondo, Walter Benjamin. In qualche modo la fase più romantica e internazionalista della rivoluzione si era effettivamente conclusa e l’ingerenza coloniale europea si era logorata dopo l’invasione giapponese e la successiva disfatta degli ultimi militi imperiali. Le storie successive sono storie nazionali e la controparte sarà piuttosto l’egemonia statunitense negli anni della guerra fredda e delle guerre di Corea e del Vietnam. Ma il libro si ferma prima.
L’immagine di copertina ritrae Borodin a Canton nel 1926, secondo da sinistra, con il suo assistente Zhang Tailei e con Wan Jingwei. La fotografia è di Fu Binchang, per gentile concessione di C.H. Foo, Y.W. Foo e Historical Photographs of China, University of Bristol.
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